venerdì 13 marzo 2015

Ultimi Bagliori di Leggenda (17 Dicembre 2004)

Storie tese fra Bird e Rodman
Dopo la vittoria dei Lakers al Boston Garden in gara 6 di finale del 1985, il grande tabù dell’invincibilità dei prodi celtici in finale era stato finalmente sfatato.
La stagione successiva fu caratterizzata ancora una volta dallo scontro a distanza fra Lakers e Celtics. Ma l’epilogo stavolta risultò completamente diverso. E quella divenne la stagione dell’apoteosi biancoverde.
The Legend vinse per il terzo anno consecutivo il premio di MVP della lega. Il suo rivale Magic era ancora a zero.
Boston vinse 67 partite, record di franchigia migliorato e terzo miglior record nella storia della lega dopo il 69-13 di L.A. del 1972 ed il 68-14 di Philadelphia nel 1967. Centro e giocatore simbolo di entrambe queste squadre era Wilt Chamberlain.
Nonostante i patemi d'animo procurati da Michael Jordan nella gara 2 del primo turno (Dio Travestito da Jordan) la cavalcata vincente dei ragazzi del Massachussets non ebbe alcun intoppo neanche nei playoffs mentre Larry Bird si consacrava, senza ombra di dubbio, miglior giocatore della lega, vincendo ormai per distacco il confronto a distanza con Magic Johnson.

giovedì 12 marzo 2015

Jack Kerouac (Lowell, 12 Marzo 1922 - St. Petersburg, 21 ottobre 1969)



«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare.»

(Jack Kerouac, On the Road)


Scrittore, poeta, viaggiatore, alcolista, precursore della beat generation e dell'epopea hippy. La strada che porta a San Francisco odora ancora di lui.
Per una strana coincidenza del destino moriva pochi mesi dopo quello splendido e bugiardo mito che è stato il festival di Woodstock, l'ultima grande manifestazione del movimento che lui stesso aveva contribuito a creare con i suoi scritti.
Buon compleanno Jack.

Interludio 8: Il Sedicesimo Sigillo

L'ultimo anello di Bird

Nonostante la sofferenza causata da Michael Jordan in gara 2 del primo turno di Playoff, i Celtics volarono a vincere il titolo nel 1986. Gli avversari in finale furono, come nel 1981, gli Houston Rockets.
Houston annoverava fra le sue file due giovani giocatori del calibro di Hakeem Olajuwon e Ralph Sampson, entrambe prime scelte assolute rispettivamente ai draft del 1984 e del 1983.
Insieme i due andarono a formare la prima versione delle cosidette Twin Towers, una coppia di lunghi sotto canestro, molto dotati da un punto di vista tecnico.
Ma i Rockets ben poco poterono contro la forza dei Celtics che si imposero in 6 gare, per quello che fu l’ultimo titolo dell’epoca Bird, probabilmente il più bello.

Quei playoffs furono contraddistini da incredibili exploit, improbabili sorprese, piacevoli conferme e tragiche debacle.
Tre furono gli attimi storici della post-season 1986:
– I 63 punti di Jordan al Garden che non bastarono ai suoi Bulls per evitare la scontatissima eliminazione contro la corazzata biancoverde al primo turno.
– Il jump di Ralph Sampson con cui i Rockets eliminarono i Lakers in gara 5 di finale della Western Conference.
– Infine appunto il sedicesimo anello per Boston, con Bird ancora MVP delle finali ed immenso profeta della squadra. Larry si consacrava, senza ombra di dubbio, miglior giocatore della lega, vincendo ormai per distacco il confronto a distanza con Magic Johnson.
Quello che nessuno poteva però sapere è che la splendida vittoria di Boston contro Houston in finale, il momento più bello, nonchè l’apoteosi per i Celtics targati Bird, sarebbe coinciso anche con l’ultimo titolo della franchigia. L’ultimo MVP per Bird. Gli ultimi bagliori di una immensa Leggenda.
Da lì in avanti la stella più splendente sarebbe stata quella di Magic, una stella, i cui raggi più luminosi dovevano ancora essere emanati.
Mentre nella terribile Eastern Conference una nuova corazzata stava nascendo: I Detroit Pistons ben presto sarebbero diventati l’incubo dell’intera lega.

Dio Travestito da Jordan (10 Settembre 2004)

Michael Jordan contro gli imbattibili Celtics del 1986

È il primo Novembre del 1986.
Al Madison Square Garden, Chicago Bulls e New York Knicks scendono in campo per la prima partita di Regular Season.
A metà dell’ultimo quarto i Bulls sono sotto di 6 punti. L’allora ventitreenne Michael Jordan si avvicina al giovane Doug Collins, neo allenatore di Chicago al suo esordio assoluto fra i pro, e gli bisbiglia ad un orecchio: “Coach non ti lascerò perdere la tua prima partita in NBA!”.
Detto, fatto. MJ segna tutti gli ultimi 18 punti dei Bulls e porta la sua squadra alla vittoria, diventando il primo giocatore nella storia a superare i 50 punti al Madison Square Garden da avversario dei Knicks.

mercoledì 11 marzo 2015

Interludio 7: Air

Micheal 'Air' Jordan

Mentre tutta l’Ameirca sportiva era presa delle già leggendarie sfide fra Celtics e Lakers, un giocatore iniziava ad imporsi all’attenzione dei media.
Il suo nome era Michael Jeffrey Jordan, spettacolare guardia dei Chicago Bulls, scelto con la terza chiamata assoluta al draft del 1984.
Jordan era la cosa più vicina a Julius Erving che si fosse mai vista sui parquet della NBA.
Superbo realizzatore, atleticamente devastante, i suoi voli a canestro, le sue tremende schiacciate, il fatto che riuscisse a rimanere in aria sempre un secondo più degli avversari, solleticarono da subito la fantasia del pubblico e gli procurarono l'appellativo di Air.
I Bulls erano una squadra che apparteneva alla periferia del basket che contava, ma con Michael in campo iniziarono ad approdare costantemente in post season. Mentre la dirigenza si attivava per costruire attorno al proprio asso, una squadra all’altezza, Jordan iniziava a far parlare di sé a suon di voli, di schiacciate e record realizzativi.
E quando nei playoffs del 1986 Michael sfidò gli imbattibili Celtics di Larry Bird, fu chiaro a tutti che quel giovanotto con numero 23 sulle spalle avrebbe scritto pagine importanti ed epiche nel grande libro della National Basketball Association.

Il Re è Morto. Evviva il Re (10 Dicembre 2004)

Kareem Abdul Jabbar e il suo Sky Hook

Ci sono squadre che costruiscono le proprie vittorie ancor prima che sul campo, nella testa dei loro avversari.
Ci sono squadre avvolte da un tale alone di leggenda, un’aura di invincibilità, che batterle diventa un’impresa ben più improba di quanto le reali forze in gioco possano dire.
Ci sono squadre che iniziano a vincere perché più forti e continuano a farlo anche quando sul campo non lo sono più, perchè quella strana e famosa “sudditanza psicologica” non è una locuzione inventata per gli arbitri del campionato di calcio nostrano.
I Boston Celtics erano una di queste squadre. Almeno fino all’anno 1985.
Il timore reverenziale che gli avversari avevano giocando nel loro palazzetto, la famigerata mistica del Boston Garden, il "folletto" che si diceva vivesse sotto il parquet, le situazioni particolari che accadevano nei momenti decisivi della partite e che avevano contribuito ad alimentare la leggenda come le famose palle perse e i tiri che entravano dopo parabole stranissime o quelli destinati a canestro che improvvisamente sembravano cambiare direzione, ma soprattutto l’aura di assoluta invincibilità che la squadra si era creata attorno, avevano mietuto più vittime di quanto fossero stati in grado di farne nel corso degli anni gli stessi Russell, Cousy, Havlicek, Bird e compagni.

martedì 10 marzo 2015

La Prima Volta di Bird e Magic (3 Dicembre 2004)

Bird Vs. Magic

“Championship rings... I live for them!”.
Parole e musica di Larry Joe Bird. O se preferite Larry the Legend, come ormai era universalmente conosciuto dalle parti del Boston Garden.
Purtroppo per lui c’era un’altra persona che la pensava nella stessa identica maniera: Earvin Magic Johnson.
I due leader delle squadre più forti degli anni ’80, due fra le squadre più forti di ogni epoca, non avevano ancora avuto il piacere di incrociare le armi in una serie playoffs fino al 1984.
Entrambi avevano già iniziato a dominare la lega, senza mai essersi dovuti inchinare allo strapotere dell’altro. Solo e semplicemente una lunga, estenuante sfida a distanza. Il tanto atteso duello era tuttavia nell’aria. Il diritto a proclamarsi squadra regina e giocatore simbolo del decennio doveva inevitabilmente passare per le forche caudine di un incontro/scontro dal sapore celestiale che non poteva richiamare alla memoria degli appassionati vecchie rivlalità mai sopite.

lunedì 9 marzo 2015

Poesia in Movimento (12 Novembre 2004)

Julius Erving

“Poetry in action”. Poesia in movimento.
Era la definizione a cui più spesso si ricorreva per descrivere nella sua totalità uno dei più grandi campioni che abbiano mai calcato un parquet di basket. Un giocatore straordinario. In campo e nella vita. Una definizione che rispecchiava il suo modo di stare in campo, la sua eleganza, la sua compostezza, ma anche il suo animo, la sua personalità, la sua disponibilità.
Dopo qualsiasi partita, vinta o persa, in cui avesse giocato bene o male, aveva sempre una fila interminabile di giornalisti davanti al suo armadietto. Lui rispondeva ad ogni singola domanda. Mai una parola sgarbata, mai un segno di insofferenza o di poca disponibilità. Lui era fatto così. Lui era, o meglio è, Julius Winfield Erving II. Per tutti semplicmente Doctor J. 

Immagina i Corvi al TG5

Nella rubrica del TG5 della notte, La Lettura a cura di Carlo Gallucci, si parla di "Immagina i Corvi" con l'autore. Me medesimo.


I nipotini di Bill Russell (23 Settembre 2004)

Celtics-Rockets, 1981 Finals

La semifinale di Conference contro i Sixers era stata un vera e propria battaglia per Boston.
Sotto per 3-1 e con l’evidente convinzione che Philadelphia fosse più squadra, i Celtics avevano dovuto far ricorso a tutto il loro smisurato orgoglio e all’immensa classe di Larry Bird per ribaltare il risultato e piegare nelle tre partite successive la resistenza del Doc e dei suoi compagni.
Era stata una vera impresa, molto spesso parsa persino disperata, ma quando in gara 7 Bird aveva messo a segno il canestro della vittoria ed il popolo del Garden aveva invaso il parquet, a tutti era apparso chiaro che Boston si apprestava a vincere il quattordicesimo anello della sua storia. Il primo dell’epoca Bird.
A contenderle il titolo in finale c’erano gli Houston Rockets, guidati da coach Del Harris.

sabato 7 marzo 2015

La Maledizione dello Spectrum (17 Settembre 2004)

Larry Bird al tiro

La stagione 1979-’80, quella che avrebbe inaugurato il più spettacolare decennio della storia della lega, era terminata con la conquista dell’anello da parte dei Lakers e la fantastica prova in gara 6 di finale della matricola Earvin Magic Johnson.
Una consacrazione per Los Angeles che tornava al titolo 8 anni dopo Jerry West e Wilt Chamberlain. Una consacrazione per Kareem Abdul Jabbar che, con 33 primavere sulle spalle, tornava a conquistare un anello, nove anni dopo il primo ed unico successo in maglia Bucks. Ma una consacrazione soprattutto per il fantastico rookie da Michigan State, Magic Johnson. Quella famosa gara 6 di finale era stata la sua apoteosi: 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assist, ricoprendo tutti e cinque ruoli ed in special modo sostituendo l’infortunato Jabbar nello spot di centro.

venerdì 6 marzo 2015

Never Fear, E.J. is Here (22 Luglio 2004)

Earvin Johnson Jr., detto Magic

Gli anni ’70 erano giunti al capolinea.
Erano stati anni bui, in cui la National Basketball Association aveva attraversato il momento più critico della sua fulgida storia.
I fasti e gli antichi splendori dei '60 erano uno sbiadito ricordo. Chamberlain e Russell, ormai lontani.
L’ABA era stata un’agguerrita rivale e la NBA già da tempo lottava contro lo spettro del fallimento. Un pubblico sempre più freddo ed un mercato in perenne calo sembrava avviare la lega verso un lento, inesorabile declino.
Per arrestarlo furono introdotte nuove norme: la stagione 1979/80 vide ad esempio l’introduzione del tiro da tre punti, che tanto aveva furoreggiato nella defunta American Basketball Association.
Lo stesso anno i Jazz abbandonavano la natia New Orleans e le paludi della Louisiana, per trovare rifugio fra le montagne dello Utah, sulle sponde del Lago Salato.
Cambiamenti tesi a dare una svolta, quasi uno scossone, al gioco e alla geografia di una lega stantia ed impoverita. Eppure sarebbero serviti a ben poco, se due ragazzi, diversi come il giorno e la notte, nell’estate del ‘79, non avessero varcato la fatidica soglia della National Basketball Association.

giovedì 5 marzo 2015

Giallomania recensisce Immagina i Corvi

 Paola Baldi su 'Giallomania':
  
“Immagina. Immagina tutto ciò. E’ quanto ti è accaduto un pomeriggio d’estate di parecchi anni fa. L’estate che segnò la tua vita, la vita di un intero paese. L’estate del 1986. L’estate della grande siccità. L’estate che per tutto il mondo fu quella di Maradona. Per gli abitanti di Spinòsa, fu l’estate dei corvi.”
Queste poche frasi racchiudono l’essenza del libro, sono il fulcro della storia. Di che libro sto parlando? Parlo del romanzo “Immagina i Corvi” di Luigi Sorrenti, editore TEA collana tre60
Parliamo del romanzo, come potrei classificarlo? Per alcuni aspetti mi viene in mente Edgar Allan Poe, per come descrive l’ambientazione cupa, sinistra, misteriosa, quel tocco di diabolico, quasi Gotico. Senti la paura sulla pelle, le strade deserte, l’afa, il caldo che ti si appiccica addosso. Per altri aspetti mi ricorda molto “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock, come nel film, anche in questo romanzo abbiamo un’invasione di corvi, si impossessano del paese, senti il silenzio prima dell’arrivo, il terrore nelle persone, lo vedi nei loro occhi. Arrivano inquietanti, hanno un ruolo importante nella trama. Come il personaggio misterioso tutto vestito di nero, chiamato l’uomo dei corvi che arriva e sparisce con loro.

Interludio 6: I due rivali

Magic Johnson & Larry Bird

L’arrivo di Julius Erving nella NBA fu il primo passo per la rinascita, per la riconquista di nuove fette di mercato, di un seguito sempre maggiore da parte del pubblico.
Erving riaccese quel fuoco all’interno della lega che ormai da anni sembrava essere spento.
Ma la svolta decisiva arrivò quando due ragazzi, diversi come il giorno e la notte, nel 1979 fecero il loro ingresso nella NBA.
Uno andò a Boston, l’altro a Los Angeles, andando a rinverdire quell’antica rivalità fra le due maggiori squadre della lega.
Insieme condussero il basket a stelle e strisce verso vette di popolarità fino ad allora sconosciute, superando i pur vasti confini degli Stati Uniti per andare ad attingere ad un mercato di livello mondiale.
I loro nomi erano Earvin Johnson, detto Magic, e Larry Joe Bird, detto The Legend.

L'anno della Blazermania (25 Febbraio 2005)

Bill Walton

Se vi avessero detto che il più grande centro della storia della NBA è stato un 6-11 dai capelli lunghi e rossi, un figlio dei fiori che amava farsi fotografare sdraiato su un prato con una fascia fra i capelli ed un fiore in bocca, un lentigginoso spilungone che credeva nell’amore fraterno e al college era stato arrestato per una manifestazione contro la guerra del Vietnam, un contestatore hippie e vegetariano convinto, uscito dall’high school di San Diego fra lo scetticismo generale, ci avreste mai creduto? Assolutamente no!
E avreste fatto bene, perchè Bill Walton non è stato il più grande centro di ogni epoca. Ma forse non lo è stato solo per colpa degli infortuni che ne hanno, sin dagli esordi, dapprima minato ed in seguito distrutto una carriera che avrebbe potuto essere fra le più luminose dell’intero firmamento NBA.

Interludio 5: The Doctor...

Julius Erving, al secolo Doctor J.

Gara 5 di finale del 1976 sembrò essere un segnale per la NBA.
I tempi bui stavano per finire.

Di lì a poche settimane l’ABA si sciolse e il più spettacolare giocatore del pianeta, al secolo Julius Erving, per tutti semplicemente Doctor J.,  colui che più di tutti aveva reso grande l’ABA, approdò nella NBA, vestendo la gloriosa maglia dei Philadelphia Sixers.
Un nuovo e promettente futuro si stava schiudendo per la National Basketball Association.

Con il doc fra le proprie fila, i Sixers divennero subito la maggiore candidata all’anello.
I sogni di gloria della squadra però si infransero in finale, perché quella stagione fu contrassegnata dal dominio di un centro atipico dalle mani morbidissime e dalla tecnica sopraffina. Il suo nome era Bill Walton, la sua squadra i Portland Trail-Blazers.

mercoledì 4 marzo 2015

Un romanzo giallo thriller noir


Video che risale al febbraio del 2011 in occasione dell'uscita de L'Uomo Nero.
Realizzato dal blog revolutionine.




La Maratona di Boston (1 Ottobre 2004)



Dave Cowens e John Havlicek

The Greatest Game Ever. La più bella partita di tutti i tempi. Esiste un match nella storia della NBA che può vantare tale impegnativa definizione.            
Era un venerdì sera del mese di giugno, giorno 4, anno 1976, quando Celtics e Suns scesero sul parquet del Boston Garden per gara 5 di finale. Una finale forse in tono minore, in un’epoca non certo florida per la NBA.
Proprio nel 1976 l’ABA era ormai arrivata al capolinea della sua breve vita. Il grande nemico era imploso improvvisamente, così come era nato, quasi dieci anni prima.        
L’NBA aveva finalmente vinto la sua personalissima battaglia, ma il prezzo da pagare era stato altissimo. Ascolti ridotti al minimo storico, una situazione economica imbarazzante, la diaspora dei migliori giocatori fra le due leghe contendenti. Lo spettacolo in campo? Spesso non pervenuto.   

Interludio 4: L'Inizio della Crisi

Julius Erving in maglia Aba

I Lakers tornarono in finale anche l’anno successivo, nel 1973.  Sempre contro i New York Knicks, guidati da uno dei background più forti che la storia della lega ricordi: Walt Frazier e Earl “The Pearl” Monroe, una guardia di eccelso valore, passata alla storia con lo splendido soprannome di  Black Jesus.
A spuntarla furono i ragazzi della Grande Mela in 5 partite. E West perse la sua ottava finale.
Quella serie rappresentò l’ultimo atto della carriera dell’immenso Wilt Chamberlain, l’uomo dagli innumerevoli record, la più grande forza della natura che il mondo della pallacanestro abbia mai conosciuto. Gara 5 di quella finale fu la sua ultima partita. La sua ultima sconfitta. Quella sera il basketball perse un pezzo fondamentale della sua storia.
West invece si ritirò al termine della stagione successiva, nel 1974. Con il suo abbandono si chiuse definitivamente una delle più belle epoche che la NBA abbia mai vissuto. Quei favolosi anni ‘60, in cui alcuni fra i più grandi giocatori di tutti i tempi, concentrati in pochissime squadre, avevano fatto sognare tutta l’America in sfide dal sapore irripetibile.
Tempi duri si prospettavano per l’NBA. Tempi di un pubblico sempre più freddo e di un mercato sempre più in calo, tempi di una feroce e spietata concorrenza promossa da una lega rivale, la ABA (American Basketball Association), il cui basket era fatto di gioco veloce e spumeggiante, di schiacciate spettacolari e palloni colorati. In questo contesto emerse ad illuminare le scende della NBA un vecchio reduce degli anni ‘60, un veterano che aveva vissuto in prima persona i fasti dell’epopea di Russell e che ora, da leader di Boston, riuscì nuovamente a condurre i Celtics sul tetto del mondo.
Il suo nome era John Havlicek.

L'Anello approda a Los Angeles (27 Agosto 2004)



Jerry West

Ladies and Gentlemen, from Los Angeles, California, The Ring.               
E adesso non aspettatevi l’inconfondibile giro di chitarra che apre Roadhouse Blues, caso mai sarebbe d’uopo l’attacco di una versione riveduta e corretta di The Star Spangled Banner, l’inno nazionale americano.           
È la tarda primavera del 1972. E Los Angeles conquista il suo primo titolo NBA. Agognato, sofferto, più volte sfiorato, ma mai ghermito.          
Dapprima il più che decennale incubo Russell, poi il cuore di Willis Reed e dei giovani guerrieri della Grande Mela, infine lo strano connubio generazionale Robertson-Alcindor.    
Quell’anello pareva essere maledetto. A dispetto dei Chamberlain, dei West, dei Baylor, dei record e delle innumerevoli finali, sembrava davvero non dovesse mai arrivare.      
Ma per una volta lasciamo spazio ai numeri. Mai come in questo caso altamente esplicativi.
Los Angeles aveva fatto il suo ingresso nella Nationa Basketball Association nel 1960. Da allora sette finali disputate in unidici anni. Sette sconfitte.